Nel video, in Piazza del Duomo a Firenze, dico che integrare un business strategist vuol dire accogliere un pensiero esterno, capace di leggere ciò che da dentro non si riesce più a vedere. Qui spiego perché da dentro si smette di vedere, con un passo della Sociologia di Georg Simmel, del 1908, e che cosa aggiunge la cupola di Brunelleschi, che una chiave di volta non ce l’ha.
Trascrizione del video
Ci sono aziende che pensano di poter essere completamente autonome in tutto.
Credono che basti un buon prodotto, un po’ di pubblicità, qualche post sui social ben scritto, e magari qualche promozione sparsa ogni tanto.
Ma ciò che manca a volte non è la capacità: è la visione.
Integrare un business strategist non significa portare dentro un consulente.
Significa prima di tutto accogliere un pensiero esterno capace di leggere ciò che, da dentro, non si riesce a vedere più.
L’imprenditore vive immerso nel suo stesso ecosistema: respira le stesse abitudini magari da anni, ripete le stesse frasi, coltiva gli stessi rituali.
Il business strategist è la figura che interrompe il rumore, che ristabilisce una distanza, che restituisce una direzione.
È un atto di umiltà — e insieme di coraggio — riconoscere che la crescita non nasce solo dalla produzione, ma dalla comprensione.
E Firenze, dove ci troviamo oggi per degli appuntamenti, in fondo, ci insegna proprio questo: che ogni grande impresa nasce quando l’artista incontra l’architetto, quando la forma incontra la funzione, quando qualcuno — finalmente — riesce a vedere dall’alto l’opera che sta costruendo.
Il business strategist, in fondo, è una delle chiavi di volta dell’impresa.
Non è al centro, ma nella struttura.
Non si impone, ma connette.
È una presenza, che tiene insieme la visione e la realtà, per dare continuità al senso di tutto ciò che è stato costruito.
In sintesi
- Andrea Barchiesi, business strategist, sostiene che dall’interno un’azienda smette di vedere le proprie abitudini, e che per vederle serve qualcuno abbastanza vicino da conoscerla e abbastanza lontano da non darle per scontate.
- Georg Simmel, nel 1908, descrisse lo straniero come colui che «oggi viene e domani rimane», e la sua oggettività come una formazione di lontananza e vicinanza.
- La distanza si consuma: chi resta troppo a lungo comincia a vedere l’azienda come la vede chi ci lavora, ed è una delle ragioni per cui un incarico ha una durata.
La mia tesi
Dall’interno un’azienda smette di vedere le proprie abitudini: per vederle serve qualcuno abbastanza vicino da conoscerla e abbastanza lontano da non darle per scontate.
Da dentro, le abitudini smettono di vedersi
Chi guida un’azienda da molti anni la conosce meglio di chiunque altro, e proprio per questo ne vede sempre meno. Le abitudini nate per risolvere un problema restano anche quando il problema non c’è più. Le frasi che si ripetono in ogni riunione smettono di essere ascoltate e diventano rumore di fondo, come dico nel video.
È il modo in cui funziona l’esperienza: ciò che si fa ogni giorno si fa senza pensarci, e ciò che si fa senza pensarci a un certo punto non si vede più. Finché le abitudini sono buone è un vantaggio, perché libera attenzione per il resto. Diventa un rischio quando smettono di esserlo, perché dall’interno nessuno se ne accorge in tempo.
Dall’interno un’azienda smette di vedere le proprie abitudini: per vederle serve qualcuno abbastanza vicino da conoscerla e abbastanza lontano da non darle per scontate.
La parola «esterno», da sola, dice poco. Un osservatore che arriva, guarda e riparte vede le abitudini di un’azienda, ma non sa ancora che cosa significano, perché siano nate e se servano ancora. Per capirlo bisogna restare il tempo di conoscerle.
Lo straniero di Simmel arriva oggi e resta domani
Nel 1908 il sociologo tedesco Georg Simmel inserì nella sua Sociologia una digressione di poche pagine, l’Excursus sullo straniero (Exkurs über den Fremden). Lo straniero di cui parla non è il viandante «che oggi viene e domani va», ma «colui che oggi viene e domani rimane». È qualcuno che entra in un gruppo senza esserci nato, e la sua posizione dipende proprio da questo: dal fatto che «non vi appartiene fin dall’inizio» e che vi porta «qualità che non ne derivano e non possono derivarne».
Da questa posizione, scrive Simmel, nasce un’oggettività particolare. Lo straniero non è legato in partenza a nessuna delle parti del gruppo né alle sue tendenze, e per questo le può guardare tutte. La sua oggettività è «una formazione particolare costituita di lontananza e vicinanza, d’indifferenza e impegno».
Georg Simmel, nel 1908, descrisse lo straniero come colui che «oggi viene e domani rimane», e la sua oggettività come una formazione di lontananza e vicinanza.
Simmel notava anche un effetto di questa oggettività, che riguarda soprattutto, ma non soltanto, lo straniero di passaggio: a lui si fanno spesso le confidenze più sorprendenti, fino al tono della confessione, che si tengono nascoste a chi è vicino.
È il senso in cui, nel video, dico che integrare un business strategist non significa portare dentro un consulente. Il consulente che consegna un piano e se ne va somiglia al viandante di Simmel. Lo strategist è più vicino all’altra figura, quella che entra e resta, come racconto a proposito dell’architetto invisibile: conosce le persone e i numeri, e conserva la distanza di chi in quell’azienda non è nato.
Nella cupola di Brunelleschi ciò che tiene insieme non si vede
Il video è girato in Piazza del Duomo, dove l’incontro fra mestieri diversi ha lasciato due tracce di pietra. Nel 1334 Giotto, che era un pittore, fu nominato capomaestro dell’Opera del Duomo, e quell’anno cominciarono i lavori del campanile che porta il suo nome. Quasi un secolo dopo la cupola di Santa Maria del Fiore la costruì Filippo Brunelleschi, che aveva cominciato come orafo e nel 1404 era stato immatricolato maestro nell’Arte della seta. È l’incontro fra l’artista e l’architetto di cui parlo nel video: la città affidò il suo cantiere più importante a due uomini venuti da un altro mestiere.
Nel video dico anche che il business strategist è una delle chiavi di volta dell’impresa, e che non sta al centro ma nella struttura. In un arco la chiave di volta è la pietra in cima che tiene ferme le altre, l’immagine che uso anche per spiegare perché il mio lavoro è difficile da capire. La cupola, guardata da vicino, aggiunge qualcosa a questa immagine. I suoi costoloni convergono su un anello in cima, l’oculo, sul quale poggia la lanterna, che con il suo peso aiuta a bilanciare le spinte (Opera di Santa Maria del Fiore). A tenerla insieme ci sono poi elementi che dal basso non si vedono: catene di blocchi di pietra uniti da staffe di ferro e una catena di travi di castagno, montata negli anni Venti del Quattrocento, che corrono tutto intorno alla cupola, dentro la struttura, come cinture.
Sono la parte della struttura che nessuno guarda alzando gli occhi, e lavorano in tutta la circonferenza. Descrivono bene un lavoro di collegamento come il mio.
Anche lo sguardo esterno, col tempo, si abitua
Simmel chiama lo straniero un viandante potenziale, che non ha superato del tutto la libertà dell’andare e del venire. La sua distanza dipende da quella libertà, e ne traggo una conseguenza per il mio lavoro: chi resta a lungo dentro un’azienda ne impara le frasi e comincia a trovare normali le sue abitudini.
La distanza si consuma: chi resta troppo a lungo comincia a vedere l’azienda come la vede chi ci lavora, ed è una delle ragioni per cui un incarico ha una durata.
È una ragione in più, accanto a quella che spiego rispondendo a perché un incarico dura sei mesi o un anno: i risultati di una strategia d’impresa si misurano in semestri, e lo sguardo che li rende possibili ha bisogno di restare esterno.
L’altra condizione riguarda l’azienda. Lo sguardo esterno vede soltanto ciò che l’azienda gli lascia vedere: i numeri, i problemi aperti, le decisioni difficili. Aprirsi così a qualcuno che non ci è nato è, come dico nel video, un atto di umiltà e insieme di coraggio. Per questo ho molta stima di chi lo sceglie: chiede di farsi guardare proprio dove da solo non riesce più a vedere. Una parte del lavoro su organizzazione e cultura riguarda proprio questo: le abitudini e le regole non scritte che chi le vive ogni giorno non nota più.
Cosa fare e cosa non fare
- Chiedere a chi è arrivato da poco che cosa trova strano, prima che smetta di trovarlo strano.
- Dare allo sguardo esterno accesso a tutto, anche ai numeri e ai problemi che di solito non si mostrano.
- Scegliere qualcuno che resti abbastanza da conoscere l’azienda, e stabilire fin dall’inizio quando il suo lavoro finisce.
- Non scambiare la conoscenza della propria azienda per la capacità di vederla.
- Non chiedere a uno sguardo esterno di confermare ciò che si pensa già.
Fonti
- Georg Simmel, «Exkurs über den Fremden», in Soziologie. Untersuchungen über die Formen der Vergesellschaftung, Duncker & Humblot, Lipsia, 1908, pp. 685-691; ed. it. «Excursus sullo straniero», in Sociologia, traduzione di Giorgio Giordano, introduzione di Alessandro Cavalli, Edizioni di Comunità, 1989, pp. 580-584.
- Georg Simmel, «The Stranger», in Kurt H. Wolff (a cura di), The Sociology of Georg Simmel, Free Press, 1950, pp. 402-408. https://archive.org/stream/in.ernet.dli.2015.215265/2015.215265.The-Sociology_djvu.txt
- Antonio De Simone, «L’inquieta prossimità. Lo straniero e il migrante secondo Simmel», Post-Filosofie, 9, 2016, pp. 59-70. https://ojs.cimedoc.uniba.it/index.php/postfil/article/download/990/816/2925
- Opera di Santa Maria del Fiore, «La cupola». https://duomo.firenze.it/it/40/cupola
- Opera di Santa Maria del Fiore, Opera Magazine, articolo sulla morte di Giotto, 8 gennaio 1337 (Giotto capomaestro nel 1334). https://duomo.firenze.it/it/opera-magazine/post/4622/january-8-1337-marked-the-death-of-giotto-di-bondone
- Isabelle Hyman, «Brunelleschi, Filippo», Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 14, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1972. https://www.treccani.it/enciclopedia/filippo-brunelleschi_(Dizionario-Biografico)/
- Federica Ottoni, Sofia Celli, «From the Document to Knowledge: the Constructive History of the Wooden Ring of the Dome of Santa Maria del Fiore», ArcHistoR, IX (17), 2022, pp. 6-39. https://doi.org/10.14633/AHR348
Strategia d’impresa
La strategia d’impresa è l’insieme delle decisioni con cui un’azienda sceglie cosa fare e cosa non fare per raggiungere i propri obiettivi di lungo termine, migliorare la propria posizione competitiva e crescere in modo sostenibile.
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