Nel video, al Guggenheim di New York, racconto Gabriele Münter, rimasta a lungo nell’ombra di Kandinsky, e le critiche che accolsero l’edificio di Frank Lloyd Wright. Qui spiego perché, per riconoscere il merito, non basta ascoltare chi parla di più, con uno studio del 2020 sui piccoli gruppi, e che cosa insegna la rampa che Wright tenne ferma mentre il resto del progetto cambiava.
Trascrizione del video
Il Guggenheim in questi giorni ospita una mostra dedicata a Gabriele Münter. Probabilmente il nome non vi dice niente.
Per decenni è stata ricordata soprattutto come la compagna di Kandinsky, oscurata dalla sua figura. Eppure è stata cofondatrice del Blaue Reiter nel 1911, e ha avuto una carriera indipendente che si estende su quasi sessant’anni.
Durante il periodo nazista nascose nella cantina della sua casa di Murnau centinaia di opere del gruppo, comprese molte di Kandinsky. Senza quel gesto, una parte importante della storia dell’arte europea sarebbe andata perduta.
E questo mi fa pensare a quante persone, dentro alle aziende, producono valore ogni giorno senza mai comparire. Senza firma, senza riconoscimento, senza visibilità.
La strategia serve anche a questo. A rendere visibile chi costruisce. E a riconoscere che il merito non sempre coincide con chi parla di più.
Quando il progetto del Guggenheim venne reso pubblico, la reazione fu durissima.
Nel 1956, ventuno artisti firmarono una protesta collettiva contro l’edificio, sostenendo che la spirale avrebbe potuto competere con le opere esposte.
Ma Wright non modificò il progetto. Rispose che l’edificio e la pittura dovevano diventare una sinfonia mai esistita prima nel mondo dell’arte.
Era un atto strategico radicale. Perché significava dire: ho una visione, e non la modifico per accontentare chi la contesta.
E mi viene da pensare che nelle aziende succede spesso il contrario. Si modifica tutto, continuamente, per paura di scontentare qualcuno. Alla fine, la visione si diluisce fino a sparire.
La chiarezza, paradossalmente, costa più del compromesso.
In sintesi
- Andrea Barchiesi, business strategist, sostiene che in un’azienda chi parla di più non è la misura del valore: né del lavoro delle persone, né delle scelte che fanno discutere.
- Nel 2020 Neil MacLaren e altri undici ricercatori hanno osservato 33 gruppi di studenti alle prese con un compito comune: chi parlava più a lungo veniva indicato più spesso come la guida del gruppo, anche a parità di intelligenza, personalità e genere.
- Non dare peso a chi parla più forte non vuol dire smettere di ascoltare: Wright cambiò il progetto del Guggenheim molte volte in sedici anni, per le norme della città, per i costi e per i committenti, e tenne ferma la rampa.
La mia tesi
In un’azienda chi parla di più non è la misura del valore: né del lavoro delle persone, né delle scelte che fanno discutere.
Riconoscere il merito senza contare le voci
Al Guggenheim di New York si incontrano due storie. Quella di Gabriele Münter, pittrice tedesca ricordata per decenni soprattutto come la compagna di Wassily Kandinsky, e quella dell’edificio, la spirale di Frank Lloyd Wright, che prima ancora di aprire fu derisa dai giornali e contestata da alcuni dei pittori più noti d’America.
In un’azienda chi parla di più non è la misura del valore: né del lavoro delle persone, né delle scelte che fanno discutere.
Le due storie lo mostrano da lati opposti. Nella prima il valore c’era, e un’altra voce lo copriva; nella seconda le voci contrarie erano fortissime, e il tempo ha dato torto al loro volume più che ai loro argomenti. Nel video dico che la strategia serve anche a rendere visibile chi costruisce. Lasciato a sé stesso, però, un gruppo tende a vedere chi parla.
Gabriele Münter, fuori dall’ombra di Kandinsky
La mostra che il Guggenheim le ha dedicato, Gabriele Münter: Contours of a World, è stata la prima monografica su di lei negli Stati Uniti in quasi trent’anni. Per il museo, Münter è stata per decenni relegata a figura minore dell’espressionismo tedesco e del Blaue Reiter, oscurata dal compagno e collaboratore di allora, e la mostra voleva correggere un racconto che ha lasciato ai margini molte artiste. Il Lenbachhaus di Monaco, che conserva la raccolta più grande del Blaue Reiter, descrive il gruppo, nato nel 1911, come un’impresa collettiva e mette Münter fra i suoi artisti principali, accanto a Kandinsky: lei ne fu tra i fondatori.
Poi c’è la cantina di Murnau. Negli anni del nazionalsocialismo Münter tenne nel seminterrato della sua casa, per proteggerli, i dipinti suoi e quelli di Kandinsky. Nel 1957, per i suoi ottant’anni, ne donò una parte importante alla Städtische Galerie im Lenbachhaus, insieme ad altre opere del gruppo: più di mille in tutto, fra cui novanta dipinti a olio e circa 330 acquerelli e disegni di Kandinsky, e da allora il Lenbachhaus è il museo di riferimento nel mondo per il Blaue Reiter.
Il riconoscimento di Münter non è arrivato da solo: l’hanno deciso due musei, uno accogliendo e studiando la sua donazione, l’altro dedicandole una mostra e dicendo perché. Riconoscere il merito è un atto di chi guida, e dove nessuno lo compie decide l’abitudine.
Nei gruppi, chi parla più a lungo sembra guidare
La ricerca sui piccoli gruppi misura dal 1949, con lo psicologo Bernard Bass, quanto il tempo di parola pesi sul giudizio dei compagni. Uno studio pubblicato su The Leadership Quarterly ha rimesso alla prova l’idea su 256 studenti di due università: ogni gruppo, da quattro a dieci persone, doveva preparare un piano in dieci minuti e metterlo in pratica in un’ora in una simulazione al computer, e dopo ogni fase i partecipanti indicavano chi aveva guidato il gruppo.
Nel 2020 Neil MacLaren e altri undici ricercatori hanno osservato 33 gruppi di studenti alle prese con un compito comune: chi parlava più a lungo veniva indicato più spesso come la guida del gruppo, anche a parità di intelligenza, personalità e genere.
Nel modello degli autori bastavano in media trentanove secondi di parola in più per ricevere un voto in più. Gli autori chiedono di non leggere troppo nei risultati: i partecipanti erano studenti, il compito non aveva conseguenze per loro, e la qualità di ciò che dicevano non è stata misurata, quindi non si può escludere che conti anche quella. Chi ha guidato qualche riunione, comunque, riconosce la scena.
In un’azienda il lavoro di chi costruisce arriva a chi decide quasi sempre attraverso la voce di un altro: il responsabile che presenta i risultati del reparto, il collega più a suo agio davanti alla proprietà. Accanto ai giudizi che nessuno pronuncia, di cui parlo a proposito della trasparenza in azienda, c’è il lavoro che nessuno racconta. Una parte del lavoro su organizzazione e cultura serve a farlo arrivare a chi decide senza passare soltanto per chi parla di più. È anche il motivo per cui parlo con tutti, dai dirigenti agli operai.
Wright cambiò molto, non la rampa
Il 10 dicembre 1956 arrivò sul tavolo del direttore del museo, James Johnson Sweeney, una lettera aperta di ventuno artisti, fra cui Philip Guston, Franz Kline, Robert Motherwell e Willem de Kooning, indirizzata anche al consiglio della fondazione e mandata ai giornali: il New York Times ne scrisse due giorni dopo. La rampa in pendenza, sostenevano, non permetteva di esporre con rispetto pittura e scultura. Wright rispose sul Newsweek del 24 dicembre che i «colleghi artisti» sapevano troppo poco dell’«arte madre, l’architettura» (la traduzione è mia); la frase sulla sinfonia fra l’edificio e la pittura la scrisse per un’altra critica, quella di chi temeva che l’architettura sovrastasse le opere. Il presidente della fondazione, Harry Guggenheim, scrisse invece a ciascuno dei ventuno che la pendenza rientrava nelle norme della città per i marciapiedi.
La rampa restò, pendenza compresa: è la visione che, come dico nel video, non si modifica per accontentare chi la contesta. Il resto del progetto si mosse molto. Wright accettò New York, che non amava, perché la voleva Solomon Guggenheim, e nel 1951, quando la fondazione comprò l’ultimo terreno dell’isolato, rivide la disposizione dei volumi. Nel 1952 il Comune sollevò obiezioni su trentadue norme edilizie, e il permesso arrivò nel 1956, dopo lunghe revisioni e un modo meno costoso di costruire la spirale.
Non dare peso a chi parla più forte non vuol dire smettere di ascoltare: Wright cambiò il progetto del Guggenheim molte volte in sedici anni, per le norme della città, per i costi e per i committenti, e tenne ferma la rampa.
Quando mi chiedono se la strategia cambia durante il lavoro, rispondo con la stessa distinzione: la direzione resta, il percorso per arrivarci si aggiorna. In una strategia d’impresa conta la ragione del cambiamento. Wright cambiava il progetto per ragioni come queste, e la rampa non la toccò per il volume delle critiche; un piano che cambia a ogni notizia finisce invece per seguire chi telefona più spesso. La stessa rampa, vista dal lato delle rinunce, è nel video sulle scelte strategiche.
I ventuno, del resto, avevano visto un problema vero: su una rampa in pendenza un quadro non sta in piano da solo, e il museo lo risolve ancora oggi caso per caso, a volte appendendo le opere al soffitto. Diversi firmatari, fra cui de Kooning, Kline e Motherwell, nel 1961 esposero in quel museo. Ascoltare le critiche fino in fondo, perché spesso contengono un dato vero, e non lasciare che sia il loro volume a decidere: Harry Guggenheim e il consiglio della fondazione ci provarono per tre anni, con un edificio che molti deridevano. Ho molta stima di chi fa lo stesso con la propria azienda.
Cosa fare e cosa non fare
- Chiedere, quando un reparto presenta un risultato, chi lo ha costruito, e ascoltare almeno una volta quella persona.
- Distinguere, davanti a una critica, il dato che contiene dal volume con cui arriva.
- Scrivere i criteri con cui si riconosce il merito prima di doverli applicare a qualcuno, e tenerli uguali per chi parla molto e per chi parla poco.
- Non scambiare il tempo di parola in riunione per la misura del contributo.
- Non cambiare una scelta di direzione solo perché la contestazione è forte.
Fonti
- Neil G. MacLaren, Francis J. Yammarino, Shelley D. Dionne e altri, «Testing the babble hypothesis: Speaking time predicts leader emergence in small groups», The Leadership Quarterly, 31 (5), 2020, articolo 101409. https://doi.org/10.1016/j.leaqua.2020.101409
- Solomon R. Guggenheim Museum, comunicato stampa «Guggenheim New York Presents Gabriele Münter: Contours of a World». https://www.guggenheim.org/press-release/guggenheim-new-york-presents-gabriele-munter-contours-of-a-world
- Städtische Galerie im Lenbachhaus, «Collection» (la donazione di Gabriele Münter del 1957). https://www.lenbachhaus.de/en/museum/collection
- Städtische Galerie im Lenbachhaus, «History». https://www.lenbachhaus.de/en/museum/history
- Städtische Galerie im Lenbachhaus, «Gabriele Münter and Johannes Eichner Foundation». https://www.lenbachhaus.de/en/museum/foundations/gabriele-muenter-and-johannes-eichner-foundation
- Städtische Galerie im Lenbachhaus, «The Blue Rider». https://www.lenbachhaus.de/en/program/exhibitions/details/the-blue-rider-1
- Kate Lingley, «Three Degrees in the Forecast: The 1956 Artists’ Response to Frank Lloyd Wright’s Ramp», Solomon R. Guggenheim Museum, 16 settembre 2026. https://www.guggenheim.org/articles/behind-the-scenes/three-degrees-in-the-forecast-the-1956-artists-response-to-frank-lloyd-wrights-ramp
- Solomon R. Guggenheim Museum, «The Frank Lloyd Wright Building Timeline». https://www.guggenheim.org/about-us/architecture/timeline
- Landmarks Preservation Commission di New York, Guggenheim Museum, relazione di vincolo LP-1775, 14 agosto 1990. https://s-media.nyc.gov/agencies/lpc/lp/1775.pdf
- Matthew Drutt, scheda sul Solomon R. Guggenheim Museum, culturenow.org. https://culturenow.org/site/solomon-r-guggenheim-museum
Strategia d’impresa
La strategia d’impresa è l’insieme delle decisioni con cui un’azienda sceglie cosa fare e cosa non fare per raggiungere i propri obiettivi di lungo termine, migliorare la propria posizione competitiva e crescere in modo sostenibile.
Definizione completa